Antigua 21.5
Per non tornare fino a Guatemala City, da San Pedro prendo un minivan turistico fino ad Antigua.
E' un ottimo viaggio che alla fine costa piu' o meno come fare il tragitto molto piu' lungo in camionetas, l'unico difetto e' che come tutti i trasporti turistici in Guatemala, pensati evidentemente per chi ha molto meno tempo di me, parte al mattino presto.
Antigua, la antica capitale del Guatemala, e' una fantastica citta' coloniale perfettamente conservata, dove per mantenere intatta l'atmosfera si consiglia agli automobilisti di non suonare il clacson e la sera le strade sono quasi buie, illuminate soltanto dalla luce morbida delle lampade che spuntano da sotto i larghi cornicioni delle case basse.
Ci sono serate in cui non stupirebbe vedere una carrozza barocca che gira l'angolo, o incontrare Alatriste che passeggia nervosamente con la spada che gli penzola da un fianco.
"Erano tre mesi che non dormivo cosi' bene.", dico al ragazzo di Lucca che gestisce la guest house in cui mi sono fatto accompagnare da un procacciatore di alberghi, ed e' vero.
La citta' e' piena di chiese coloniali, antichi monasteri, rovine di complessi architettonici giganteschi che i terremoti hanno distrutto, strade di ciottoli che si aprono improvvisamente sulla visione dei vulcani circostanti.
E' probabilmente il posto piu' caro del Guatemala, e forse anche quello piu' sviluppato turisticamente, ma e' comunque un posto favoloso, e poter scegliere tra decine di bar e ristoranti non fa mai male.
Sono qui anche per salire sul vulcano Pacaya, e' un'esperienza che non ho mai fatto e se altre le ho perdute (non fossi cosi' pigro a Puerto Escondido mi sarei buttato in coppia col paracadute, per esempio) voglio cercare di vedere la lava per la prima volta.
PACAYA
Arrivati ai piedi del vulcano Pacaya sono testimone di uno dei piu' inesplicabili errori commerciali della storia del turismo. .
Praticamente tutti i giorni dell'anno arrivano qui turisti che sono partiti dai loro alberghi alle 6 del mattino e quindi quasi nessuno ha fatto nessuna colazione di nessun genere.
Ti aspetteresti (e in molti altri posti del mondo sarebbe una certezza) di trovare banchetti che vendono caffe' e colazioni a prezzi maggiorati, sandwich mezzi vuoti a prezzi immorali e invece non c'e' nulla.
Ci sono giusto dei bagni, e persone che affittano bastoni da passeggio o ti propongono un cavallo per salire sul vulcano.
L'unica cosa che mi offrono, e sembra uno scherzo ma non lo e', sono sacchetti di marshmallows.
No grazie, gli vorrei dire, sai com'e'...mi sono svegliato alle 5 e non ho nemmeno preso un caffe', non mi sembra una buona idea masticare colla mentre cammino sulla polvere di lava per un sentiero in salita.
Marshmallows.
L'unica idea imprenditoriale della mia vita mi viene in quel momento.
Da Fred, il Bar sotto il Vulcano.
Un caffe' costa 10 dollari, prendere o lasciare.
Nel gruppo ci sono due di San Francisco, lui insegna psicologia a Berkeley ed e' esattamente come ci si potrebbe immaginare un insegnante di Berkeley.
"A volte diciamo sottovoce che siamo americani, e' come se dovessimo chiedere scusa per Bush.Ma noi non siamo americani, siamo di San Francisco.", mi dice la ragazza, che e' chef, quando prendiamo alla fine un espresso ad Antigua.
"Io non posso dire nulla, noi abbiamo Berlusconi", le dico
"Gia'," replica ridendo, "la cosa che piu' mi colpisce e' che non chiede mai scusa."
Eh, penso io.
Non voglio entrare in dettagli politici, una cosa pero' di cui mi sono reso conto viaggiando e parlando con gente di altri paesi, e' che Berlusconi ha dato del nostro paese un'immagine da cartolina anni '50, una rappresentazione ancora piu' primitiva della generica mafia-Pulcinella-pizza-mandolino.
A Creel, molti mesi fa, su Mtv messicana trasmettevano a piu' riprese immagini di Berlusconi che in qualche incontro internazionale si scaccolava, metteva una caccola nell'espresso e poi se lo beveva.
Non voglio nemmeno dire che Berlusconi non abbia fatto nulla di buono, potrebbe anche avere fatto i miracoli che promette da anni, ma all'estero tutto questo non e' mai arrivato.
Gli stranieri ci conoscono perche' Berlusconi va con le minorenni, perche' si fa fotografare abbracciato da ragazze, perche' fa continue gaffes a livello internazionale e come dice appunto la ragazza di San Francisco, non gli passa nemmeno per la testa l'idea di chiedere scusa.
La cosa migliore che mi hanno detto e' stata: "mi e' simpatico."
Ma Obama non e' simpatico, la Merkel non e' simpatica, i governanti non dovrebbero esssere simpatici.
O non solo perlomeno.
Forse Berlusconi avra' fatto tutte le cose buone che dice, di certo la comunicazione a livello internazionale gli e' sfuggita di mano.
Sull'edizione tradotta in spagnolo del New York Times leggo un lungo articolo su Berlusconi, l'Italia e la nuova legge sulle intercettazioni.
E' desolante e triste vedere come appariamo ai giornalisti di uno dei quotidiani probabilmente piu' letti del mondo, e che per le semplici verita' che dice da noi verrebbe probabilmente considerato maoista.
Berlusconi e' il Re di un paese che lo adora, al centro di un mondo che lo ignora.
E ce lo meritiamo pure.
La salita al vulcano e' mediamente faticosa ma ci fermiamo spesso perche' del gruppo fanno parte anche tre ragazze guatemalteche piuttosto grasse che rallentano la marcia in continuazione.
La guida mi dice che non ci puo' credere, scherzando ma non troppo mi dice che stanno dando un pessimo esempio della gente guatemalteca.
"Com'e' possibile che un guatemalteco non riesca a salire una montagna? Qui ci sono solo montagne.Mio figlio di dieci anni fa il sentiero di corsa."
Alla fine due ragazze prenderanno un cavallo.
Sappiamo gia' che non andremo fino in cima, perche' e' troppo pericoloso, il vulcano e' in media attivita' (e esplodera' infatti qualche giorno dopo) e due settimane fa una turista e una guida sono morte quando la pioggia se ho capito bene ha fatto quasi esplodere le cascate di lava che fuoriuscivano dal cratere.
Alla fine della salita proseguiamo su un sentiero minuscolo tagliato nella collina, fino a raggiungere la parete del vulcano.
Qui si cammina sulla lava , che a volte si spezza sotto i piedi (per salire piu' su sarebbero anche necessari dei guanti, perche' la lava taglia), e a pochi metri da noi, tra il fumo che circonda la cima del cratere, ci sono fiumi di lava che lentamente stanno scendendo a valle.
E' la prima volta che la vedo.
E' possibile avvicinarsi anche troppo, e tutti andiamo fino al punto in cui il calore diventa insopportabile per proseguire oltre.
Le cascate di lava sono fiumi incandescenti che trascinano in basso rocce vulcaniche che si disintegrano di tanto in tanto trasformandosi in fuoco, la guida mi dice che la temperatura raggiunge i 1400 gradi (non ne ho idea, quindi devo credergli).
E' uno spettacolo impressionante, e' il fuoco che prende vita, capisco come i Greci prima e i Romani poi potessero credere che Efesto e Vulcano fossero i signori del fuoco e dei metalli.
Il primo vulcano su cui salgo in vita mia mi appare come qualcosa di antico, di barbaro e maestoso al tempo stesso.
Massimo rispetto.
Copan Ruinas 26.5
Da Antigua decido di spezzare il viaggio facendo un salto in Honduras, per visitare le rovine maya di Copan.
Parto prima dell' alba, e dopo aver attraversato una parte di Guatemala City (di cui vedro' solo una specie di autogrill e qualcosa di simile a una citta' confusa che si sveglia, o cambia turno) arrivo in frontiera.
La cosa che mi lascia perplesso e' che prima si supera la dogana dell' Honduras, dove gli si dice dove si sta andando, e poi quella del Guatemala, dove gli si dice che si sta lasciando il paese.
Io vado solo a Copan Ruinas, quindi non c'e' nemmeno bisogno di timbrarmi il passaporto, mi danno una specie di permesso temporaneo.
Copan Ruinas e' un paesino con strade di ciottoli dove il sole del centroamerica proietta sulle strade delle ombre nette e precise, pieno di uomini con la faccia bruciata dal sole e con in testa un cappello da cowboy bianco.
Vedo pochissimo dell'Honduras ma e' davvero simile a come uno si immagina il centroamerica: lo scorrere del tempo e' dilatato dal caldo, il colore predominante sembra il bianco luminoso, un coloro che ho inventato io, e tutto sembra avvolto da un'atmosfera che ti dice che qui avere fretta oltre che inutile e' anche un delitto.
Mentre ad Antigua guardavo l'ennesima prova dell'inesistenza di Dio e della giustizia, ovvero la vittoria in Champions dell'Inter, un ragazzo di Chicago che lavorava sei mesi come cameriere e per altri sei andava in giro a fare il volontario, mi ha detto che a volte gli americani non sono ben visti in Honduras, per ragioni storiche relative a come gli Stati Uniti hanno considerato per anni il centroamerica e per via dell'United Fruit, la famosa, o famigerata, multinazionale di coltivazione e distribuzione della frutta (sopratutto banane) accusata spesso e non a torto, di neocolonialismo e di cambiare i governi dei paesi secondo i propri interessi.
Il termine "Banana Republic", e' stato coniato nel 1904 per descrivere proprio l'Honduras.
Al di la' delle convinzioni politiche di ognuno, e' ovvio e naturale che qualsiasi centroamericano con un minimo di buon senso pensi tutto il peggio possibile della United Fruit, che non ha portato nessuna ricchezza ai locali e ha occupato gigantesche parti di terra pagando salari ridicoli ai lavoratori.
Io dell'Honduras vedo solo Copan Ruinas, un miniposto che vive direi esclusivamente grazie al turismo delle vicine rovine, e quindi forse non puo' permettersi di trattare male nessuno, ma gli honduregni mi sembrano cordiali e gentili, almeno con me.
Ci sto giusto due giorni, e una mattina mi incammino verso le rovine, a pochi minuti di strada dal piccolo centro del paese.
I turisti sono pochissimi come al solito, perche' da queste parti e' bassissima stagione.
Entro prima nel museo del sito, a cui si accede atrraverso un tunnel che percorro con l'accendino acceso in mano finche' un custode non si accorge di me e accende le luci elettriche.
La cosa che mi colpisce del Museo e' la ricostruzione del Tempio Rosalila, che e' quasi interamente colorato di rosso.
E' uno dei pochi colori di cui sono rimaste traccia sulle rovine e quindi si ha la certezza che almeno quello veniva usato dai pittori e dai decoratori.
Per quanto indovinare i colori delle rovine di ogni civilta' sia un po' sempre come immaginare quello della pelle dei dinosauri (pare che la maggior parte di loro, come i velociraptor, fossero in realta' coperti di piume) e' una cosa che mi colpisce.
Perche' e' vero che forse non stavo cosi' attento ma nei 5, pardon 6, anni di Liceo Classico mi sembra che nessuno mi abbia mai detto che le statute greche e romane erano colorate, che i templi e i palazzi erano coloratissimi.
L'ho imparato anni dopo leggendo un libro sul significato dei colori, quando gia' facevo l'Accademia.
E mi sono chiesto perche' nessuno mi avesse mai detto che le statue di Fidia non erano bianche come quelle del Canova, e che il Partenone non era color marmo o color pietra.
Le cose esposte nel museo, alcune autentiche, sono molto belle , ma in realta' e il Museo in se' che non capisco.
Non ne comprendo il significato.
E' a duecento metri dal sito, che senso ha quindi, se non quello di far pagare un biglietto in piu', portarci dentro degli originali e lasciare nel sito delle copie?
Camminando per un sentiero arrivo all'entrata del sito dove ci sono moltissime are rosse, dei pappaggalli giganti che scalano la recinzione col becco o mi guardano dai rami degli aberi.
Fanno un rumore d'inferno.Non parlano, gridano.Non fanno un verso, urlano.
Il sito e' molto bello, anche se perde un po' il suo fascino perche' le steli, punto di forza di Copan, per proteggerle dalle intemperie sono coperte da tettoie di lamiera.
Le steli di Copan sono famose, oltre che per i disegni estremamente elaborati e simbolici, anche per la profondita' delle incisioni, che in alcuni casi e' davvero strabiliante.
C'e' anche la meravigliosa scalinata dei geroglifici, praticamente unica nel panorama archeologico precolombiano attualmente conosciuto, piena di scritte in lingua maya su ogni scalino.
Sarebbe semplicemente favolosa se anche quella non fosse coperta da una tettoia e non fosse proibito salirci.
Ma e' perennemente sotto osservazione perche' quando gli archeologi la trovarorno era in rovina e la ricostruirono senza preoccuparsi di rimettere i pezzi al posto giusto.
Nessuno sa ancora quindi cosa dicevano le parole scolpite su quella scalinata che evidentemente doveva essere importantissima per la citta', e a questo punto forse nessuno lo sapra' mai.
Come insegna Herzog nel suo favoloso diario scritto durante le riprese di Fitzcarraldo in Amazzonia, il fascino della giungla sfuma rapidamente.
Non e' un luogo tranquillo, ne' silenzioso, ne' sicuro.
La giungla e' fatta di pericoli, odori di decomposizione, rumori e grida assordanti, umidita', insetti, bave, liane.
Per un occidentale, o per chiunque non ci sia nato probabilmente, la giungla e' un luogo ostile e nemico, incomprensibile e troppo naturale per non considerarlo crudele.
Herzog dopo molto poco, pur subendone il fascino, odia la giungla.
Detesta quella natura cosi' forte, totale, disumana.
A Copan, perdendomi per un sentiero, assordato dalle grida dei giganteschi pappagalli rossi, bagnato di sudore che suscita la curiosita' degli insetti, mentre calpesto un letto di foglie che l'ombra ha lasciato marcire e che saranno cibo per qualcosa di orribile e sconosciuto, ne ho un assaggio turistico.
E come diro' al tipo che in Guatemala mi proporra' un viaggio a El Mirador, certamente un fantastico sito maya ancora difficile da raggiungere e accessibile dopo un viaggio di due giorni (solo andata) tra giungla e foresta pluviale:
"hombre, sono troppo vecchio, troppo pigro e fumo troppo per 5 giorni di giungla."
Livingston 28.5
Da Copan, rientro in Guatemala e arrivo a Puerto Barrios, da dove partono le barche per Livingston.
Arrivato dopo una traversata che mi sembra interminabile (ma a Livingston ci si arriva solo via acqua), come faccio gia' da un po' mi affido a un procacciatore di alberghi.
"Due giorni fa ha assaltato un turista" mi dicono alcuni mentre lo seguo lungo la strada che lascia il molo.
Tutte le guide turistiche sconsigliano i procacciatori di alberghi, per via del fatto che prendono una percentuale, non si puo' piu' contrattare sul prezzo delle stanze eccetera.
In realta' dipende dalle volte, da paese a paese e da molte altre cose.
Non e' vero che non si puo' contrattare il prezzo delle stanze, a volte non vogliono mance perche' sono i proprietari stessi e altre volte si' ma comunque ti portano a vedere alberghi che puoi comunque rifiutare.
Tenendo presente che sulle guide il numero degli alberghi e' infinetisimale.
So che Alejandro non mi assaltera', perche' se vuoi davvero rapinare un turista non lo approcci davanti a 50 persone, e mi piace il fatto che sia rimasto l'unico ad aspettare l'ultimo traghetto pubblico della giornata, dove infatti sono l'unico straniero tra i residenti che tornano a casa.
E oltretutto, anche se la fisiognomica e' una gigantesca stronzata, e' certo che anche se non mi piacera' l'albergo che mi propone sa dove trovare dell'erba, di cui manco, essendo stato in Honduras e non passando frontiere con della marijuana in tasca.
Oltre a vendermi dell'erba infatti, mi porta anche in un albergo a 10 minuti dalla strada principale, (dato per scontato che Livingston e' microscopica), dove una volta superato l'impatto per l'insensata architettura prendo una stanza per 4 euro.
Il posto si chiama African Place ma e' conosciuto anche come El castillo, perche' i vari edifici di cui e' composto, sparsi in mezzo a una specie di giungla, sembrano castelli in miniatura, con merli a decorare i tetti e finestre a ogiva sulle mura bianche.
C'e' anche un piccolo ruscello in cui nuotano delle tartarughe giganti che avranno visto sempre la stessa cosa, pero' da due secoli.
Mi accorgo con stupore che gia' qui, e non solo nel Peten, molto piu' a nord, fa un caldo infernale, ed esco a cercare una Gallo gelata.
E dopo un giorno di viaggio mi accorgo che dagli altipiani delle tradizioni maya e dal centroamerica dei cappelli bianchi da cowboy, sono improvvisamente ai Caraibi.
Livingston e' un posto che sembra totalmente estraneo al Guatemala perche' i residenti appartengono per la stragrande maggioranza alla comunita' garifuna.
I garifuna sono i discendenti di alcuni popoli caraibici che si mescolarono poi con neri africani quando due navi negriere fecero naufragio al largo dell'isola di San Vincent, nelle Grenadines.
Nei secoli a causa della loro ostinazione a proclamarsi indipendenti furono combattuti, sterminati e deportati, spargendosi per il Belize, le Islas de la Bahia in Honduras e appunto Livingston.
Quasi tutti sono neri, enormi, alcune ragazze hanno il culo scolpito e altre donne somigliano alle mamas bahiane, enormi e vestite con curiosi completi fioriti e in testa cappelli morbidi simili a cuffie.
La Punta, la musica garifuna, la trovo favolosa, un misto di rock, reggae e ritmi africani.
I garifuna oltre allo spagnolo parlano anche una loro lingua, composta di parole provenienti dal francese, dallo swahili e altre lingue africane.
Una sera bevo birre in un bar accanto a un tavolo che festeggia qualcosa e parla questa lingua antica ma non riesco a coglierci nulla di conosciuto, o che mi ricordi il francese,
peccato perche' speravo di coglierne il fascino.
Detto questo, Livingston sembra i Caraibi ma non c'e' il mare dei Caraibi.
La spiaggia e' minuscola e il mare e' un mare medio, non sono venuto qui per questo ma non mi viene nemmeno in mente di fare un bagno, anche se fa un caldo travolgente.
E' anche il primo posto che incontro in cui non c'e' nulla da fare.
Non sono un tipo atletico, non c'e' bisogno dii dirlo, non corro di qua e di la' a cercare di scendere fiumi in gommone, a lanciarmi attaccato a cavi d'acciaio nella giungla o a cavalcare per giorni nei deserti.
Ad Atitlan sono stato due settimane a guardare un lago e a camminarci attorno.
Eppure a Livingston non c'e' niente da fare tranne che guardare quello che succede per strada, che dato il caldo e l'atmosfera caraibica e' ovviamente quasi niente.
E anche questo posto cosi' piccolo e strambo e' pieno di chiese evangeliche, anche se molti garifuna probabilmente le destestano, le ignorano o semplicemente non le capiscono.
Molti sicuramente praticano ancora il Dugu, una religione afro-caraibica simile al voodoo haitiano (o cosi' perlomeno dice la Rough, io turista distratto non ne vedo nessuna traccia).
Una sera mentre mangio una fantastica zuppa di pesce e crostacei da "Margot", sento arrivare un canto che assomiglia a un latrato dalla vicina assemblea dei testimoni di Geova.
Chiedo a quella che credo essere Margot, una specie di Jabba the Hutt africana che sembra fusa con la sedia da cui non si alza mai un secondo, se e' una Messa o una cerimonia di qualche genere.
"Non lo so", mi risponde "ma il prete non sa nemmeno cantare."
"E sai cos'e' la cosa peggiore? Lo fanno un giorno si' e un giorno no."
Esco a fumare e guardo la sala di preghiera, che e' quasi vuota, e da cui esce un canto cosi' stonato che probabilmente imbarazza persino il dio a cui e' rivolto.
E domenica vicino al molo, c'e' una specie di gnomo con un megafono che per un paio d'ora buone incita il mondo a pentirsi dei suoi peccati e cita brani dell' Apocalisse e della Bibbia.
Anche li' capisco che non tutti i garifuna credono in un qualche dio cattolico, per loro forse troppo distante, troppo recente, o non abbastanza africano.
Accanto al mio tavolo ci sono due enormi donne che scuotono la testa e poi una di loro dice rivolta al tipo col megafono: "se il tuo dio c'e' davvero, non ha bisogno di urlare."
El Remate
Da Livingston mi sposto stavolta con una lancia veloce, lungo il Rio Dulce.
E' una specie di gita turistica ma sembra che non ci sia altro modo di andarsene in direzione della terraferma.
Il fiume e' spettacolare, a tratti diventa un canyon chiuso tra alte pareti di roccia, altre volte si apre su lagune di mangrovie, distese di ninfee o si biforca per lasciare spazio a piccoli isolotti pieni di uccelli, fino ad arrivare dalle parti del Castillo, un piccolo castello costruito a suo tempo dagli spagnoli per difendersi dagli attacchi dei pirati, ottimamente conservato.
Da Rio Dulce, dove mi lascia la barca, parto verso Tikal, nel Peten, la zona di giungla nel nord del Guatemala.
A parte dormire proprio di fronte al sito, sono due le possibilita' di pernottare quando si vuole vedere Tikal, Flores e El Remate.
Flores e' piu' turistica, piu' sviluppata ma anche piu' lontana da Tikal, e cosi' solo per quello scelgo di andare a El Remate.
In realta' la presenza dei turisti e' davvero nulla in entrambi i posti, sia per la bassa stagione, sia perche' l'aeroporto di Guatemala City in questi giorni e' chiuso per via delle ceneri del vulcano Pacaya.
El Remate e' praticamente due strade, ed e' assolutamente selvaggio.
Tutto succede naturalmente in vicinanza delle sponde del lago, dove gli uomini giocano a calcio, le donne lavano i vestiti, tra bambini, galli, cani e cavalli che sembrano tutti essere senza padrone.
Alcuni abitanti hanno l'abitudine di andare in giro con delle pistole in bella mostra infilate in una fondina laterale, e a volte anche un'altra pistola infilata dietro i pantaloni, come se vivessero in una sorta di Far West del terzo millennio.
Sulla spiaggia di El Remate l'acqua del lago e' turchese, potrei spacciare le foto che faccio al pontile per i caraibi, lo Sri Lanka o le Maldive.
Anche il lago de Peten Itza', come il lago Atitlan e' uno spettacolo di una bellezza senza difetti.
Anche a Flores, dove vado a fare un bancomat qualche giorno dopo, e di cui mi piace molto la parte vecchia su un'isola accessibile da una strada sola (la parte moderna e' in realta' il paese adiacente, Santa Elena), il lago che la circonda e' magnifico, qui di un blu intenso che riflette perfettamente le case sulle sponde e le nuvole enormi, lontanissime dal sole che a mezzogiorno rende l'aria incandescente.
Un bellissimo posto anche Flores, niente da dire.
Se possibile pero', fa ancora piu' caldo che a El Remate.
Mai in vita mia sono stato in posto cosi' caldo e cosi' umido.
Sono nato e cresciuto in pianura padana, un luogo in cui le tenebre della ragione e del clima spesso la fanno da padrone ma non ho mai sofferto un caldo e un'umidita' simili.
Nemmenno in Vietnam.
Il sudore e' una difesa che il nostro corpo utilizza per rinfrescare la pelle matenendola al tempo stesso umida, e' uno dei punti di forza della nostra specie nuda.
Per fortuna.
Per fortuna.
Abituarsi ad avere insetti addosso e smettere di contare le specie diverse.
Mai come stare vicno a una foresta rovente ti convince che i veri padroni dell' universo, giusto dopo i batteri, sono gli insetti.
La mia stanza a El Remate, come gia' altre in questo viaggio, e' abitata da gechi.
Mi piacciono perche' sono totalmente inoffensivi e sembrano disegni appena abbozzati, come se qualcuno sia scappato di corsa mentre disegnava cuccioli di dinosauro.
E perche' di recente gli scienziati hanno scoperto che la loro capacita' strabiliante di scalare e restare immobili su superfici verticali non deriva da qualche sconosciuto tipo di collante animale ma dalla conformazione microscopica della pelle delle dita.
In definitiva, i gechi camminano aggrappati agli atomi del mondo.
E sara' grazie a loro se prima o poi probabilmente potremmo indossare guanti con cui scalare i grattacieli come l'Uomo Ragno.
E cosi' mi fermo a bere una birra in un bar di cani in miniatura e di ragazze nascoste dietro al bancone di legno.
Ordino una Gallo, e mi presento al mondo.
La ragazza come accompagnamento alla birra mi porta un piatto di verdure fresche.
Molti, quasi tutti gli americani con cui ho scambiato quattro parole, non toccano nemmeno col pensiero la verdura fresca in Guatemala (alcuni si lavano persino i denti solo con acqua imbottigliata).
Come regola generale e' una buona idea ma come succede quando si viaggia un po' a lungo le regole generali non valgono nulla e le buone idee hanno il difetto di non essere mai a bbastanza buone.
Anche al tramonto a El Remate fa un caldo infernale.
Mi sento umido, bagnato, disperso, un fantasma diluito che fa la comparsa in "Cronache del Rum".
Vada come vada, mi dico.
Cosa c'e' di meglio al mondo che mangiare pomodori, e persino cetrioli, freschi e spruzzati di lime, e bere una birra gelata che sembra che ti attraversi per il caldo, mentre aldila' del tetto di foglie di un bar al centro della terra il cielo diventa color Cameron Diaz?
Certamente nessuna buona idea.
Sento i cani abbaiare, le ragazze ridere e guardo le stelle che lentamente invadono il buio.
Qui si vedono tutte le stelle dell'oscurita', sono cosi' tante che mi chiedo se gli astronomi abbiano davvvero dato un nome a tutte quante.
Se qualcuno mi chiedesse dove sono ora, potrei rispondere con una parola sola:
"Lontanissimo".
Il giorno dopo, stesso posto e stessa ora, al bar c'e' un tipo tatuato e sbronzo, che non vede l'ora di parlare con un turista.Il turista, anzi.
"Non sei americano? Sei sicuro?" mi chiede, mentre mi dice che sono 14 anni che ha un albergo da queste parti ma non affitta stanze agli americani e agli israeliani.
"Ci considerano il terzo mondo.Non ce li voglio.Se arrivano al mio albergo prima gli dico che il prezzo e' il triplo di quello che e' in realta' e se ancora non capiscono gli dico che non li voglio."
Al di la' del fatto che le generalizzazioni sono sempre ottuse, le strade di Antigua sono piene di giovani americani che le liberano dal fango lasciato dall'uragano Agata, e molti di loro sono in Guatemala come volontari.
Ma non glielo dico perche' e' troppo sbronzo per ascoltarmi.
Mi ripete ossessivamente il suo concetto di albergatore storico che odia chi considera il suo popolo come inferiore, e mi chiedo se non possa diventare pericoloso.
Ma poi mi presenta il suo seguito, e mi tranquillizzo.
Suo cugino ha la faccia, il torso e le gambe piu' o meno della stessa lunghezza.
Gli altri due parenti sono un ragazzo obeso con due tette enormi ("a lui piacciono sia gli uomini che le donne" mi dice mentre me lo presenta) e un ragazzino anche lui molto grasso, che si appoggiano l'uno contro l'altro per non cadere per terra.
Quando il cugino rovescia la sua birra cercando di stringermi la mano per la quarta volta in un minuto, capiscono fortunatamente che o tornano a casa ora o non lo faranno mai piu'.
Li guardo allontanarsi barcollando e camminando a zig zag per la strada che sta diventando scura, e poi improvvisamente li perdo di vista, coperti dal passaggio di un puledro spaventato che corre inseguito da un branco di cani.
Quando questo flash di vita selvaggia finisce, mi aspetto che per magia i quattro siano scomparsi ma invece sono ancora li', che si trascinano privi di equilibrio verso il buio, come creature immaginarie del MedioEvo che scivolano nella notte.
TIKAL
Su Tikal si possono dire molte cose, delle quali la piu' classica e' che e' il sito maya piu' bello del mondo.
Non saprei, i piu' famosi siti messicani come Teotihuacan, Palenque, Chichen Itza' e Monte Alban sono favolosi, e tutti diversi tra loro.
Su Tikal mi concedo di dire solo due parole: spaventosamente figo.
E' un posto in cui da un momento all'altro ti aspetti di sentire lo schiocco di una frusta e di vedere Indiana Jones che scappa da un palazzo raccogliendo il cappello.
O dove sarebbe naturale vedere due pistole, seguite da due tette enormi, e Lara Croft che fa le capriole tra un tempio e l'altro.
E' totalmente immerso nella giungla.
La mappa del sito sulla Rough Guide ha ai quattro angoli:giungla, giungla, giungla, giungla.
Le zone dei templi sono state pulite, e c'e' un'ottima organizzazione di sentieri per girare tutte le rovine, che sono in uno spazio enorme, ma dovunque guardi o se per caso sterzi a sinistra sei nella giungla.
Quando arriviamo all'alba vediamo un cerbiatto che corre lungo la strada che porta alle rovine, e sentiamo le grida delle scimmie urlatrici.
"Piccole ma con due polmoni enormi", dice scherzando l'autista.
Perche' naturalmente Tikal e' pieno di animali, e camminando tra i templi vedro' falchi, una volpe grigia con in bocca il suo pranzo, un pajaro carpintero, cioe' un picchio, dei wild turkeys, con le penne di colori meravigliosi, una scimmia ragno che in cima a un albero alto come un palazzo aiuta il suo cucciolo a passare da un ramo all'altro.
Un gruppo di pizotes, degli strambi animali che potrebbero sembrare dei procioni, e uno di quei grandi roditori che sembrano incompleti, col muso tagliato e il corpo quadrato.
Scappa nella foresta appena mi avvicino e non ne conosco nemmeno il nome.
"Te ne vai cosi' senza dirti nemmeno come ti chiami." si potrebbe dire.
Nella giungla che circonda Tikal ci sono anche vari tipi di serpenti, ragni giganti, coccodrilli, un animale simile al tapiro e giaguari.
Salgo dalla scala laterale sul Tempio delle Maschere, proprio di fronte al Tempio del Giaguaro, la piramide che e' il simbolo turistico di Tikal, all'estremita' opposta dell' incredibile Grande Plaza.
Le basi delle due piramidi si sfiorano con l'ombra a vicenda durante l'equinozio.
In cima ci sono solo io e un giovane con una macchina fotografica enorme che sta facendo colazione con una scatoletta di tonno.
E allora tiro fuori il joint che ho nella borsa, e faccio qualche tiro guardandomi attorno: ai lati della Piazza ci sono le due acropoli, da cosi' in alto vedo le cime degli alberi, e la punta di qualche tempio che spunta dalla giungla che sembra arrivare fino a dove il mio sguardo invece non arriva.
Ça va sans dire, uno dei posti migliori in cui ho fumato in vita mia.
Ci sono due cose che mi restano oscure del mondo maya, e che prima o poi chiedero' a qualcuno.
La prima e' che i Maya non conoscevano la ruota ma moltissimi dei loro altari sono rotondi.
Possibile che a un apprendista scultore non sia mai sfuggito un altare giu' per la collina e non abbia pensato: "ehi ma questa cosa che rotola...?"
L'altra sono i gradini.
La maggior parte delle scalinate dei templi e' composta di gradini molto piccoli e ripidissimi, tanto che e' spesso per la pericolosita' piu' che per la conservazione che non si puo' salire sulle piramidi.
E quando si puo', spesso bisogna scendere camminando a zig zag e se si soffre di vertigini e' vietato guardare in basso.
Altri gradini pero', come quelli dei palazzi o delle acropoli, sono enormi e molto lunghi.
Faccio fatica a scalarli io.
Premesso che non sono certo un giocatore di basket sono certamente molto piu' alto di un maya di 2000 anni fa.
A mia discolpa va detto che ho letto quella parte della guida dopo il fatto.
Qualche sospetto mi era forse venuto ma l'ho addormentato con un paio di birre.
Quando apro il menu di un ristorante di comida tipica a El Remate, vedo che hanno della carne di venado (di cervo, e qui in effetti qualche dubbio mi era venuto) e di tepescuintle.
"E' una specie di marrano (maiale) che sta nella selva.", mi dice la cameriera, e in un delirio di spirito d'avventura gastronomico, lo ordino subito.
Non e' nemmeno dannatamente buono, e' curioso perche' e' certamente il sapore piu' selvatico che ho mai assaggiato ma non e' indimenticabile.
Dopo imparero' che non bisognerebbe mai mai mai ordinare carne di cervo o di tepescuintle perche' la loro caccia e' proibita e quindi possono solo essere frutto di bracconaggio.
Quando poi qualche giorno dopo vedo in rete che cos'e', cioe' una specie di porcellino d'India gigante, mi interrogo profondamente sulla mia a volte totale mancanza di senno.
Ma ormai.
Sperando che lo spirito del tepescuintle non venga a popolare i rari sogni delle mie notti sobrie, ormai e' fatta.
COBAN
Dopo un po' che viaggio a lungo, viaggio abbastanza a caso.
Perche' sono pigro, tonto e anche perche' viaggiare e' anche viaggiare a caso.
Per questo non sono riuscito ad andare a Chichicastenango per vedere il mercato della domenica quando ci ero molto piu vicino, come a Panajachel o ad Antigua.
Da El Remate avevo pensato di lasciare il Guatemala e tornare in Messico, ma oltre a un vago senso di colpa occidentale che mi farebbe pensare a una fuga per via dell'uragano, ho ancora voglia di vedere gli altipiani, con le sue donne vestite di colori, che portano i loro bambini dietro la schiena con una coperta allacciata alla fronte, o con miracoli di equilibrio camminano con enormi ceste appoggiate sulla testa.
Forse perche' e' stato il primo impatto ma e' questa la parte del Guatemala che mi ha colpito di piu', i paesi con gli abiti e la cultura tradizionali, coi discendenti dei maya
che sembrano vivere spesso nella stessa epoca dei loro antenati.
Da El Remate parto un mattino presto e vado al terminal degli autobus di Santa Elena, la citta' moderna attaccata a Flores.
Invece di aspettare un bus quasi diretto che pero' parte tre ore dopo, salgo sul primo pulmino che parte in direzione giusta, incominciando cosi' il primo dei due viaggi insensati e indimenticabili che mi porteranno alla fine a Chichicastenango.
Penso di fermarmi per spezzare il viaggio a Coban, nella parte centrale del Guatemala, posto mediamente interessante dove arrivo dopo un viaggio di circa 7 ore che mi porta ad atraversare un fiume in 30 secondi di barca, mangiare in un comedor di un posto che ancora non so come si chiami, e sopratutto a viggiare compresso in minibus con un caldo che non merito e a cui solo l'aria che arriva dai finestrini aperti impedisce di soffocarmi.
E' vero che la meta' sono bambini ma per un tratto di questo viaggio, sul minubus da 12 posti, escluso l'autista, siamo in 22.
CHICHICASTENANGO (CHICHI)
Dopo una sera in cui non trovo nemmeno un bar che mi faccia fumare mentre bevo una birra, lascio Coban diretto a Chichicastenango.
Le prime due persone a cui chiedo come andarci mi dicono che devo andare a Guatemala City e poi tornare indietro.
Mi sembra folle, sarebbero 8 ore di viaggio per andare in un posto che sembra molto piu' vicino.
E poi so, perche' dalla cartina sembra indiscutibile, che c'e' una strada tra le montagne per andare a Chichi.
In effetti c'e', e una poliziotta che nessuna dieta potra' piu' salvare, mi accompagna in un cortile spoglio da dove partono pulmini per quella direzione.
Cosi' da Coban parto per San Cristobal Verapaz , cominciando a maledirmi perche' dopo un po' la strada diventa sterrata e fangosa, c'e' anche stata una frana causata dall'uragano Agata e le carreggiate sono piene di volontari che tolgono enormi sassi o coprono le buche sul terreno.
Capisco li', quasi subito, che ogni pensiero sulla durata del tragitto sarebbe insensato, che fermandoci di continuo per lasciar passare camion pieni di detriti o per aspettare che dei bambini tolgano un menhir dalla strada, sarebbe totalmente inutile fare previsioni sul tempo di percorrenza.
In tutto questo oltretutto, l'autista non fa che telefonare.
Anche quando non lo chiamano non fa che telefonare, come se quella strada a strapiombo sulle montagne, dannatamente disastrata dalla natura, che sembra sgretolarsi a valle metro dopo metro, non meritasse comunque l'attenzione per tenere enrtambe le mani sul volante.
Il pulmino e' un Toyota, e ringrazio I giapponesi che l'hanno apparentemente costruito indistruttibile, capace di scalare qualunque cosa e a prova di maniaco telefonico.
Da San Cristobal prendo un altro minibus per Uspantan,
che e' una piazza -campo da basket, dove lascio 100 quetzales a chi raccoglie fondi per l'uragano, e per questo dicono il mio nome in un megafono.
Sono esattamente l'unico straniero (e anche qui qualche dubbio sul perche' a Coban tutti mi dicevano di andare a Guatemala City e poi cambiare autobus, mi viene) che continua il viaggio verso Santa Cruz del Quiche', e che quindi insieme a donne maya che tengono per mano I loro bambini colorati e gente che sembra viaggiare portandosi appresso tutto quello che ha, atrraversa a piedi il ponte di Sacapulas, anche quello danneggiato dalle piogge degli ultimi giorni, per poi salire su un altro pulmino sulla sponda opposta.
Da Santa Cruz, su una camioneta che fa rumore di treno arrivo finalmente a Chichicastenango.
Alla fine ci ho messo direi lo stesso tempo che se fossi andato a Guatemala City, ma e' stato per quanto stancante un affascinante viaggio attraverso paesi con chiese
abbaglianti, montagne e boschi, piazze che sono una citta', luoghi dove il tempo sembra essere fermo e la storia sembra non essere mai arrivata.
Certo, arrivo a Chichi stanco come se avessi fatto un coast to coast chiuso nel bagagliaio di una Smart.
DE RERUM NATURA
Tre giorni dopo che ho lasciato Antigua, il vulcano Pacaya riprende seriamente le attivita', eruttando lava e coprendo di cenere una parte di Guatemala City.
E anche se sui nostri giornali non mi sembra averne visto traccia, in Guatemala arriva l'uragano Agata.
Investe tutta la parte centrale del sud, lasciando morti, devastazione e allagamenti dappertutto.
Sul Lago Atitlan, stando ai giornali, sono riusciti ad evacuare tutti i turisti, il piu' alto numero dei morti e' a Polopo', un micropaesino sulle sponde del lago.
Le strade di Antigua sono piene di fango.
"Il primo uragano della stagione", lo chiamano i giornalisti, chiedendosi anche perche' molti ponti costruiti in tempi relativamente recenti sono crollati come carta.
Alcune zone di Xela sono allagate, Solola', dove sono stato al mercato, come San Marcos sugli altipiani, sono irraggiungibili.
Un disastro enorme da cui mi sono salvato per puro caso e giusto per un paio di giorni.
Dopo una settimana dalla tormenta, con paesi e villaggi che ancora non ricevono cibo, posti un cui gli sfollati preferiscono dormire sotto una tenda improvvisata invece che in albergo per timore di saccheggi, quasi 200 morti e 80000 persone senza casa, il "Diario", quotidiano a meta' tra un rotocalco e una raccolta di bugie su come va il mondo, dedica la prima pagina a un bambino veggente che in un microscopico paese ha visto la statua della madonna che aveva regalato a sua madre, piangere sangue.
E quel pezzo di plastica con la rappresentazione classica della madonna, cioe' piu' o meno una modella europea degli anni '50, ovviamente preannunciava disastri ambientali , vulcani furiosi e uragani.
La casa del bambino veggente diventa subito meta di pellegrinaggio.
Viaggiando per strade basse, come ho fatto in questi giorni di affascinanti e sfiancanti minivan, si vedono in continuazione chiese, chiese evangeliche, assemblee di dio, sale di preghiera.
Sono dappertutto, quasi tutte con la stessa architettura e dai nomi dei santi piu' sconosciuti e bizzarri.
Da qualche parte qualche predicatore avra' cominciato ad urlare a un megafono che gli uragani sono la punizione divina per i nostri peccati, e non credo sia un caso che oggi, giusto dopo le lacrime di sangue della Madonna, ci sia sulla "Prensa Libre" (che al contrario del Diario sembra se non altro un quotidiano) un corsivo di un prete cattolico che dice che questa volta Dio non centra nulla.
Accogliera' ovviamente nel paradiso dei giusti le anime dei morti ma non ha niente a che vedere se dopo due giorni di pioggia torrenziale nessuno ha avvertito le popolazioni dell'arrivo di un uragano, se gli argini dei fiumi sono costantemente erosi, se si permette la costruzione di case sulle rive dei laghi, se in Guatemala non c'e' nessuna prevenzione ambientale e i politici arrivano sempre tardi.
Chichi e' famosa per il suo mercato della domenica, e io sono venuto un paio di giorni prima per vedere la piazza che incomincia a cambiare il sabato pomeriggio, quando arrivano dai villaggi sparsi per la regione i venditori e cominciano a montare le bancarelle.
Sono tutte costruite con legni solidi ma sottili, tenuti insieme con delle corde, in un tipo di costruzione molto semplice ma molto efficace.
La domenica di mercato, sopratutto al mattino presto e verso sera, quando non c'e' l'affluenza dei turisti che vengono e vanno in giornata, la piazza e le strade circostanti sono uno spettacolo strepitoso di colori, odori e suoni, gente, animali, mercanzie.
Visto dall'alto il mercato deve sembrare un mare di particelle colorate in movimento, come se le cellule dell'arcobaleno si dividessero e moltiplicassero all'infinito.
E anche se e' una delle destinazioni turistiche piu' gettonate del Guatemala resta assolutamente vero, e davvero intenso.
Non hanno pero' le camicie da Space CowBoy che indossano gli uomini di Solola', e quindi ormai me le sono perse.
Nelle due chiese della Piazza di Chichi si celebrano da moltissimo tempo i riti maya che sono sopravvissuti e si sono mischiati con il Cristianesimo dei conquistadores.
La Storia vuole che i primi anni del 1700, padre Francesco Ximenez incominciasse a leggere il Libro del Popol Vuh, il poema sacro dei Quiche', e allora gli indigeni, vedendo che il prete era interessato ai loro culti originari, cominciarono a portare i loro altari in chiesa e officiare le loro cerimonie offrendo fiori, bruciando incensi e candele in onore degli antenati, che vivono e vagano nella Chiesa, e ai Santi Cattolici.
Davanti alla chiesa piu' grande, sui cui gradini sono sempre seduti venditori di fiori, sacerdoti e fedeli, c'e' sempre dell'incenso acceso infatti, e un fumo bianco che sale lentamente avvolge la facciata confondendo le forme e i colori in una nebbia bianca .
I crocifissi sono chiusi dentro scatole di vetro a forma di croce.
Vorrei riempirle di liquido azzurro, per ricordarmi di quando volevo fare il pittore.
Sarebbero delle vasche perfette.
In uno dei suoi libri, non ricordo quale, Umberto Eco spiega come affidarsi alla numerologia sia una strada costellata di trappole.
E' troppo facile lasciarsi prendere dal potere e dalla ricorrenza dei numeri, quanto e' facile calcolare che l'area del giornalaio sotto casa tua, divisa per due e moltiplicata per 3,14 e' uguale alla radice quadrata dell'altezza del piramidion della piramide di Cheope.
(o qualcosa del genere)
Coi numeri si puo' fare tutto, insomma.
Cio' nonostante, esistono numeri magici.
Uno di loro e' senz'altro il 4.
Le stagioni, i punti cardinali, le fasi lunari e molto altro.
Ci sono anche avvenimenti che hanno cadenza quadriennale.
Quando e' che i governi fanno le leggi peggiori, i prezzi aumentano, la produttivita' scende ai minimi termini e i supermercati finiscono le scorte di birre?
Ogni quattro anni.
Il momento e' arrivato.
Ora non ci sono piu' itinerari, deviazioni da prendere per un'intuizione fatale, piramidi precolombiane da scalare nella giungla, strade senza posti di ristoro, non c'e' piu' nessun viaggio.
Tutto quello che mi serve ora e' una stanza d'albergo con una televisione di dimensioni ragionevoli in cui fumare erba guardando i mondiali di calcio.
byez
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