Quetzaltenango (Xela) 1.5
Da Tapachula con un pulmino arrivo a Ciudad Hidalgo, al confine.
Insieme a una famiglia messicana esco dal Messico e attraverso un ponte che divide i due paesi mi faccio portare alla frontiera su un risciò' a pedali.
Alla frontiera guatemalteca non c'è nessuno allo sportello, potrei passare senza farmi timbrare il passaporto e poi scomparire con una valigia piena di kalashnikov.
E' il risciò-driver che chiama un doganiere.
In 2 minuti sbrigo le formalità doganali e con mia grande sorpresa (avevo pronto il mio miglior sorriso e un dollaro, che era tutto quello che ero disposto a farmi rubare)
non mi chiedono la famigerata e inesistente tassa d'ingresso via terra.
Il poliziotto dell'immigrazione mi chiede pero' "da dove vieni?", ed e' una domanda che trovo talmente bizzarra che aspetto qualche secondo prima di rispondere.
Voglio dire, ha in mano il mio passaporto italiano, sto entrando dalla frontiera messicana, da dove potrò' mai venire?
Sempre in risciò vado a una casa di cambio dove cambio i primi 50 dollari e poi alla stazione degli autobus.
E sono in Guatemala.
Sono in centroamerica.
La differenza dal Messico e' abissale.
L'ultimo terminal di bus messicano in cui sono stato era ad Oaxaca, che come la maggior parte delle stazioni di bus messicane sembra un aeroporto, pulitissimo, quasi asettico, con le valigie che per i viaggi in prima classe si consegnano mezz'ora prima della partenza.
La stazione degli autobus di Tecun Uman, il posto frontaliero del Guatemala, e' una specie di piazza di terra che la pioggia torrenziale di ieri ha reso un mare di fango scuro.
Salgo su un autobus di seconda classe, un veicolo probabilmente di un altro secolo in cui sono l'unico straniero tra i già pochi passeggeri.
E' l'autista invasato che mi fa scendere a Retalhuleu e carica il mio bagaglio dove devo cambiare trasporto per non andare fino a Guatemala City.
E stavolta prendo una camioneta, i famosi "chicken bus" del Guatemala.
I chicken bus sono tutti ex scuolabus americani ora trasformati in mezzo di trasporto pubblico.
Alcuni sono coloratissimi, altri sono rimasti gialli, con la scritta school bus sul retro.
Ma tutti sono comunque scassi, chiassosi (durante il viaggio ascolterò persino una versione spagnola di Piange il telefono – Mi corazon lloro'), pieni di gente finché ce ne sta, affollati di venditori ogni mezzo chilometro.
E sopratutto sembra che abbiano solo due velocità.
O l'autobus e' fermo, o l'autista spinge al massimo il pedale dell'acceleratore, superando qualsiasi cosa vada anche solo leggermente più piano, e quasi sempre in curva.
Dalla prima impressione il Guatemala e' più colorato del Messico, le strade sono piene di donne in vestiti tradizionali che indossano favolosi abiti sgargianti, fioriti, ricamati.
E lungo la strada sembra ci sia solo verde, solo giungla, cascate, fiumi e foreste.
A Xela, come la chiamano i locali, seconda città del Guatemala, prendo una stanza alla pensione Andina, dove oso anche chiedere di non farmi pagare le imposte.
Il ragazzo dice che non e' possibile (in Messico lo e' quasi sempre) e quindi accetto la stanza, singola, pulita e con bagno, pagandola al cambio attuale meno di 6 euro.
Scopro tragicamente che in tutto il paese e' proibito fumare nei locali pubblici, bar, ristoranti e alberghi, un po' come in Cile, che pero' e' la Svizzera del sudamerica.
E' il tassista che pago troppo per farmi portare alla pensione che mi dice subito che lo spagnolo del centroamerica e' diverso da quello messicano, meno slang forse, ma sopratutto più' lento.
E sembra che non dicano in continuazione "Huey", o "Guey".
In Messico, con una cadenza che cerco disperatamente di non prendere, usano "huey" come intercalare.
La parola dovrebbe essere un' abbreviazione di bove (buey), e viene usata un po' come il "man" o il "dude" dell'inglese.
In alcuni posti, come a Cuernavaca, e quando parlano alcune persone, e' paradossale, ogni tre parole c'è un huey che salta fuori da qualche parte.
Si', il Guatemala e' molto piu' colorato del Messico.Molto più' silenzioso anche ma c'è molta meno musica.
Per quanto in Messico spesso il confine tra musica e rumore sia piuttosto sfumato, e' una delle prime cose di cui mi accorgo.
I colori del Guatemala pero' sono straordinari.
I tessuti, i vestiti, tutto e' colore, dappertutto colore.
Dato il fatto che la maggior parte delle donne e molti uomini si vestono con abiti tradizionali non e' valida l'equazione indio uguale povero, come e' quasi dovunque in Messico.
Qui si vedono donne vestite in maniera tradizionale con in mano l'ultimo telefonino e ai piedi scarpe di marca.
Questa totale presenza di colori, disegni, decorazioni, ricami, grafica e invenzioni e' veramente sorprendente.
In Guatemala potresti anche semplicemente sederti per strada a guardare, e la meraviglia ti arriverebbe addosso lo stesso.
Xela ha una strana passione per l'architettura della Grecia classica, come si vede dalle colonne del Parque Central e sopratutto dal folle tempio di Minerva, una specie di Partenone costruito incomprensibilmente in centroamerica.
Anche la stazione dei bus delle camionetas si chiama Minerva, anche se più che una stazione e' una strada davanti a un mercato dove i chicken bus si fermano in fila indiana.
Mi sono fermato a Xela per capire dove sono, rendermi conto delle cose fondamentali, come i prezzi, la faccia delle banconote, e altro di un paese in cui non sono mai stato.
La parte vicino al Parque Central e' molto divertente, la città e' piena di giovani stranieri che sono qui a studiare spagnolo, e di pochissimi semplici turisti come me.
Qui bevo la mia prima birra Gallo, molto buona e leggera, simile alle birre brasiliane
e vado persino in un ristorante indiano.
Ci passo due notti e sono pronto per andare al Lago Atitlan.
Cambio 3 camionetas per arrivare a Panajachel, la meta obbligata e forse il più turistico dei paesi che ci sono sulle sponde del lago.
Ci resterò una settimana, con uno scudo d'erba contro i venditori ossessivi e uno sguardo senza fine tutte le sere su uno dei posti più belli del mondo.
Panajachel 3.5
Siccome non posso fumare in camera e ancora non so se posso farmi un joint jn veranda, la prima sera a Panajachel vado a stonarmi in riva al lago.
Piu' per cercare un posto tranquillo in cui fumare in pace che per altro.
Quello che mi succede e' l'evidente dimostrazione di come la bellezza, quando e' totale, puo' essere solo travolgente.
Il lago affondato nella nebbia che sembra vapore e l'acqua che assorbe la luce, mi ipnotizzano.
Mi mesmerizzano, vorrei dire.
Le sponde diventano sfumature di azzurro, in un gigantesco campionario di colori aperto a ventaglio sulla riva.
Davanti a me ci sono due vulcani.
Mentre scende la sera le forme diventano piatte, perdono la terza dimensione.
Come se il cielo fosse di carta e l'orizzonte assorbendo l'acqua del lago creasse le linee dei vulcani e delle sponde.
In lontananza, sulla riva opposta, si vedono i paesi che si illuminano, e sono migliaia di lucciole che escono tutte insieme da una foresta magica nascosta nella nebbia.
Come il ghiacciaio Perito Moreno in Argentina, e' una delle cose piu' belle che ho mai visto in vita mia.
Una di quelle cose che quando fai un bilancio della tua esistenza metti dalla parte buona, una di quelle cose che quando ti chiedi cosa hai fatto di buono nella vita ti permette di rispondere: "una sera sono stato sulla riva del Lago Atitlan, in Guatemala.
Ho visto il mondo scomparire in un tramonto blu."
Quando esco una tarda mattina dal barbiere Amilcare, nella citta' vecchia, sbatto quasi contro Joe.
Tiene per mano un bambino che e' evidentemente appena uscito da scuola.
Mi offre dell'erba, e anche se l'ho gia' comprata appena arrivato da un giovane del posto che si faceva passare le buste di marijuana da quella che probabilmente era sua madre, accetto l' invito per dare un'occhiata.
Lo seguo su una collina, anzi decisamente sulla montagna, dove ha costruito una casa con la sua ultima moglie e i suoi figli, di madri diverse.La casa mi ricorda moltissimo quella di Ricardo a San Jose' del Pacifico, cioe' un'alta baracca di legno piuttosto ampia, con un soppalco a fare da zona notte.
Anche da qui si ha un fantastico panorama sul lago, anche se il sentiero per arrivarci e' oggettivamente selvaggio.
Joe pero' fa bollire l'acqua che scende da una vicina cascata, non e' potabile come a San Jose', non per un occidentale almeno.
Fuori dalla casa c'è un altro suo figlio, ormai adolescente, con un casco di capelli biondi e anche lui bellissimo come il piccolo.
Sembrano due attori che recitano in un serial televisivo su una famiglia in salute nordamericana.
E entrambi i figli che vedo hanno negli occhi l' abitudine, l'allegria e l'intelligenza per contrastare un padre affettuoso ma strambo come Joe, che ha piu' o meno la mia eta'.
Anche Joe sarebbe un bell'uomo probabilmente, ora e' un po' provato dalla vita.
Le sue mani sono quasi una cicatrice sola, segno che quasi tutte le sue dita sono state spezzate almeno una volta.
A meta' della schiena ha una cicatrice molto lunga e larga, che assomiglia a una frustata.
Tutto risale a quando e' stato 6 anni in prigione in Texas, dove le guardie gli hanno fatto piu' o meno di tutto, compreso appenderlo con le braccia dietro la schiena, come durante l'inquisizione o la dittatura argentina.
Non mi dice mai i perché, immagino che ci abbia messo anche del suo, mi dice soltanto:
"se devi proprio andare in prigione, fa che non sia in Texas."
Forse e' per questo che tiene un fucile appeso a due ganci subito dopo l'ingresso.
In prigione ha studiato da osteopata e mentre mi lascio scrocchiare la schiena da uno che ho appena conosciuto e che mi propone pure dell' LSD, mi chiedo se non sia l'ultima cosa che faccio in vita mia.
Dopo in realta' sto benissimo.
"Non ti preoccupare, sono davvero bravo.L'unica stranezza della mia vita e' che divento sembre bravissimo a fare cose che non servono a nessuno.Quante persone credi che verrebbero a farsi trattare le ossa da me, qui?"
Me lo dice con allegria ma anche con una rassegnata amarezza.
"Io disegno." gli dico
"Fai ritratti?"
"No, sono totalmente incapace di copiare dal vero."
"Facessi ritratti faresti un sacco di soldi."
Mentre mi mostra l'erba, che coltiva lui stesso e vende a un prezzo più che accettabile, mi dice che qualche anno fa sono venuti qui a prenderlo i federali.
Mentre camminava per strada due uomini l'hanno preso, caricato su una macchina e portato negli USA.
Sembra un film, chissà cosa e' vero e cosa no, i tatuaggi e le cicatrici di Joe pero' sono reali.
Non si deve pensare a Joe come un ex carcerato rude e violento, e' anzi la persona più allegra e vitale del mondo, e sembra amare le persone molto più di quanto ne sia ricambiato.
E' una cazzata comprare erba in Guatemala da un americano, che quindi fa oltretutto concorrenza ai locali, e che una volta e' stato praticamente rapito dall' FBI?
Enorme, e' ovvio.
Ma molte cose interessanti della vita, anche se sembra banale, spesso stanno ai lati della strada maestra.
E Panajachel, come in altri paesi attorno al lago Atitlan, dove spesso vivono più o meno separate la popolazione locale con le sue tradizioni, e i turisti, nelle zone più vicine al lago, con un'unica strada di negozi, bar, ristoranti e banche, sembra un posto dove il turista e' un portafoglio da svuotare, non da rubare.Ne' da portare in commissariato.
Uno di quei posti che si e' ormai abituato a vivere in gran parte di turismo, sia locale sia straniero, e dove tutto deve restare tranquillo.
Puoi fare tutto quello che vuoi, pero' spendi.
Visti i loro prezzi e' un accordo piu' che vantaggioso.
Un turista rapinato sono 100 turisti in meno la prossima volta, e cosi' via.
Cosi' mi sembra, e cosi' mi dicono.
Perché i guatemaltechi sembrano sapere che nell'immaginario del turista il loro e' considerato un paese sempre in bilico tra il sicuro e l'estremamente pericoloso, e quindi forse tendono a tranquillizzare subito gli stranieri.
Come quelli messicani, anche i giornali del Guatemala sono pieni di morti ammazzati tutti i giorni.
L'unica cosa più' o meno tranquillizzante e' che davvero molto raramente c'è un episodio che coinvolge un turista.
Io non ne ho mai visti almeno.In Messico sono più che altro omicidi legati al narcotraffico, e ai narcos messicani, che incastonano di diamanti i caricatori dei mitragliatori, non interessano i 1000 dollari che un turista potrebbe portare in tasca.
In Guatemala si ammazza per molte cose, anche qui molta droga, molte mafie, come quella che dall'inizio dell'anno a Guatemala City ha ucciso 7 autisti di autobus che si rifiutavano di pagare il pizzo, e rapine e sequestri, le cose più spaventose ma seguendo le rotte turistiche e toccando ferro, anche queste dovrebbero essere avvenimenti rari.
Anche se e' anche per questo che viaggio sui chicken bus, alla fine.
Lo faccio perche' il prezzo delle corse e' irrisorio, perche' li trovo affascinanti ma anche perche' e' difficile che qualcuno perquisisca il mio bagaglio e sopratutto, spero, quasi impossibile che vengano rapinati.
La volta scorsa che ero stato in Messico un ragazzo francese a San Cristobal mi disse:
"se viaggi con i locali, il Guatemala non e' un paese pericoloso."
Perche' una delle cose per cui e' tristemente famoso il Guatemala, anche se direi le statistiche si siano molto abbassate negli ultimi anni, sono gli assalti ai pulmann turistici.
Il peggio che puo' capitare, perche' ti costringe a tornare a casa, e se ti va bene sei in mezzo a una strada senza piu' niente.
Oggi sul giornale La Prensa Libre (chissà) c'era una statistica sui numeri e le cause di morte delle diverse città' guatemalteche.
Il più alto numero di morti e' ovviamente a Guatemala City, essendo la capitale e la città più grande, e qui siamo direi nella normalità della statistica.
Ci sono città in cui la principale causa di morte e' l'infarto, altre in cui sono più malattie insieme, in una lista che e' un curioso e macabro tentativo di capire come e dove la gente muore.
A Città del Guatemala, la principale causa di morte sono le ferite da arma da fuoco.
Colpisce.
Un venerdi' vado a Solola', il paese vicino dove avevo cambiato bus per venire a Panajachel, per vedere il suo famoso mercato.
Come ogni mercato guatemalteco e' fortunatamente ancora rivolto piu' ai locali che ai turisti, ed e' uno sfavillante spettacolo di colori, vestiti, odori e rumori.
Sara' perche' e' quasi un giorno di festa che moltissimi sono vestiti col loro vestito (tradizionale) migliore, le donne con i loro corpetti, scialli, gonne decorate che potresti stare a decifrare per ore, e gli uomini in un fantastico completo che di solito e' composto da una folle camicia totalmente ricamata su fondo scuro, in vita una sorta di coperta scura a pois bianchi e pantaloni colorati a rettangoli.
Le camicie sono letteralmente stratosferiche, a me le vendono care ma so che probabilmente prima di tornare ne comprero' una a mio fratello.
Mai come nei pressi di un mercato vale il fatto che in Guatemala e' sufficiente star seduti su un muretto a guardare quello che ti circonda per far passare la giornata.
Pensiero dell'erba N. 751
Quando mi chiedo "Se non vuoi diventare grande cosa vuoi diventare?", so che e' in realta' una domanda fasulla, che la corrente trascina comunque ad affluire nella domanda fondamentale, che come al solito e' "cosa vuoi fare nella vita?"
Una volta, a una persona che stimo, risposi scherzando: il surfista.
"Allora fallo", mi disse.
E qui sta il dramma.
In questi mesi, anche se avrei dovuto, non sono mai riuscito a chiedermi cosa volevo fare nella vita.
Riuscivo solo a chiedermi che cosa volevo fare ora.
E la risposta era sempre la stessa: "Questo."
Non sono un pazzo felice che sorride ogni volta che sorge il sole e si augura la pace nel mondo.
A parte l'amore per le droghe, non ho molto in comune con John Lennon.
E' chiaro che mi sto accontentando, che non sono ne' felice ne' completo.
Eppure se qualcuno mi chiedesse ora cosa voglio fare nella vita risponderei: questo.
E allora forse e' la prima volta che sto facendo quello che voglio fare, e il fatto che non mi renda saltellante ed entusiasta e contento tutti i minuti mi sembra un tradimento, una promessa non mantenuta, un pacco.
Un cilindro cattivo da cui esce il coniglio sbagliato.
Ma poi penso alla fortuna.
E che sempre sorridente non voglio esserlo.
In India una ragazza a cui Osho aveva cambiato la vita, mi sembrava la persona più felice e serena dell' Universo.
Pero' aveva credo smesso di vedere la bellezza e il male del mondo.
Aveva smesso di assorbire, di trasformare, di arrabbiarsi e bestemmiare.
Forse aveva addirittura smesso di guardare.
Quando dico che nella vita vorrei fare questo, penso al vedere e viaggiare.
Non e' molto, in questi mesi mi sembra che viaggiare a lungo da soli sia una continua altalena di entusiasmi che ti lampeggiano nelle vene, e ore che non fai che essere in movimento, anche se stai bevendo una birra su uno sgabello di pietra.
Una vita di scoperte e di invenzioni, ma anche di strade che non finiscono mai e di pomeriggi in cui vorresti soltanto essere nella suite di un grande albergo aspettando una escort che indossa bikini di caviale.
E' tutto quello che mi viene in mente di fare, e ho la fortuna di poterlo fare, in questo momento.
Dieci anni fa, sempre in India, pensavo che non era necessario essere felici, bastava essere densi.
Ora mi accontento.
Credo che quello che sto facendo e che devo farmi bastare sia essere quanto piu' possibile "inutilmente allegro".
Inutilmente allegro, e cosi' sia.
Da Panajachel faccio un salto in barca a Santiago Atitlan, il paese piu' grande di quelli che stanno in riva al lago, sulla sponda opposta.
Le lance che percorrono il lago sono l'equivalente dei chicken bus su acqua.
Partono quasi sempre solo quando sono piene e se possibile caricano molta piu' gente di quanto sarebbe appropriato e sicuro.
A volte si arriva mezzi bagnati, perche' il peso delle persone e del carico affonda le lance
ma non spinge comunque i barcaioli ad andare piu' piano.
Eppure stonato mi piace moltissimo girare in barca sul lago, una volta ho preso il lentissimo traghetto pubblico, e un'altra ho scelto di tornare a Panajachel non con una barca diretta ma con una che faceva tutto il tragitto seguendo le sponde, per un viaggio di circa un'ora.
A Santiago, appena sbarcato, vengo subito contattato da un bambino che si offre di accompagnarmi a casa del Maximon.
Perche' e' per vedere il Maximon che sono a Santiago, anche se il paese mi colpisce comunque, coi suoi uomini che qui indossano tradizionalmente bermuda bianchi a righe verdi o viola lunghi fino al ginocchio.
L'origine del culto di Maximon, chiamato anche San Simon, e' sostanzialmente ignota.
Ci sono molte ipotesi e poche certezze, tra cui quella che Maximon e' comunque visto come un nemico della Chiesa.
C'e' chi lo mette in relazione con un monaco o con Pedro de Alvarado, il conquistatore del Guatemala, che faceva parte dell'originaria spedizione messicana di Cortes, talmente famoso per la sua crudelta' persino in un tempo in cui si discuteva se gli indios avessero o meno un' anima.
Uno dei Re di Spagna del tempo della Conquista emano' un editto che dava diritti agli indigeni e obbligava a trattarli con umanita', e al tempo stesso, in segreto, spedi' nelle americhe un altro ordine in cui diceva che gli indigeni andavano trattati come esseri umani se, e solo se, questo non avesse rallentato l'estrazione di metalli preziosi dalle miniere.
Quando' poi Alvarado arrivo' in Peru', si dice che Pizarro gli offrisse addirittura dei soldi per abbandonare il sudamerica.
Stando alla storia, Alvarado aveva lasciato dietro di se' solo morti, rabbia e rovine, e rivolte che aspettavano solo di scoppiare.
La definitiva conquista del Guatemala la si deve ai gesuiti e a padre San Bartolome' de las Casas, instancabile difensore dei diritti dei nativi, che in tutta l'America Latina e' infatti amatissimo e venerato come santo.
Tra la spada e la croce, era rimasta alla fine solo la croce.
Alvarado, che per i suoi occhi azzurri e i capelli biondi stupiva gli indigeni, rimane pero' nell'immaginario (anche nel mio devo ammettere con riluttanza) come il prototipo dell'avventuriero che lascia il suo mondo che sta per finire, una Spagna che usava la maggior parte delle entrate del Nuovo Mondo per pagare creditori, eserciti antiquati e banchieri olandesi, inglesi e genovesi, per cercare fortuna in terre sconosciute, citta' d'oro nella giungla, le ricchezze e l'avventura.
Il Maximon viene spostato ogni anno in una casa diversa (per questo i bambini si offrono di portarci i turisti), e portato in processione durante la Semana Santa.
E' il santo fumatore, il santo bevitore, il santo peccatore.
Quando arriviamo alla casa di quest'anno, entro in una piccola stanza dove c'e' il Maximon, e accanto l'uomo che lo cura, mettendogli in bocca una sigaretta accesa ogni volta che se ne consuma una, e dandogli da bere alcolici se i turisti o i fedeli pagano.
Il Maximon e' una figura, un torso visto che non ha gambe, a grandezza naturale, con in testa un cappello di feltro da cui scende un foulard, ricoperto quasi per intero di cravatte che sono doni dei credenti, e una sigaretta sempre accesa che gli penzola dalla bocca.
Ci sono solo io e un credente che sta facendo chiedere a uno sciamano benevolenza per se' e sua moglie.
(o cosi' credo, visto che lo sciamano parla uno degli innumerevoli dialetti maya di queste zone, e devo fidarmi del bambino che mi ha accompagnato)
Il richiedente indossa il secondo cappello del Maximon, da cui scende il consueto foulard, come e' obbligatorio quando si vuole chiedere qualcosa al santo.
E' tutto ovviamente arcaico e pagano, e bizzarro, ma qui e' preso dannatamente sul serio, e gli va mostrato rispetto.
La guida dice che e' capitato che qualche turista troppo burlone sia stato preso a calci per aver preso in giro Maximon.
Pago i 12 quetzal per fotografarlo e poi mi allontano accennando a un inchino, pensando che se dovessi chiedere davvero qualcosa a qualche entita' soprannaturale, mi piacerebbe parlare con qualcuno a cui posso offrire acquavite, sigarette e cravatte (anche se la presenza dello sciamano indica comunque un rapporto indiretto).
Quando esco il bambino mi dice di alzare gli occhi su una palma di banano, e in uno sfarfallio colorato riconosco il primo colibri' che vedo in vita mia.
Maximon insomma, massimo rispetto.
San Pedro la Laguna 9.5
Dopo quasi una settimana a Panajachel (pure troppo ma la vista del lago che si ha dalla spiaggia e' una droga) mi trasferisco a San Pedro la Laguna, sulla sponda opposta.
La prima volta che ci ero andato non mi aveva colpito.
E' il paese piu' "freak" tra quelli sul lago ed e' molto piu' tranquillo ed economico di Panajachel.
Qui tutti sembrano ignorare la legge antifumo, e dovunque chiedo una stanza mi fanno capire che a parte appiccare il fuoco e gettare il televisore nel lago, dentro posso farci e fumarci quello che voglio.
Non e' solo questo, e' la tranquillita' della parte vicina al lago che mi conquista e che mi fa pensare di starci una settimana.
Sto dalle parti della stradina tra i due moli dove ci sono tutti i bar e ristoranti per turisti, e dove se sei appena arrivato ti offrono in continuazione strane combinazioni, come "blanco" e kayak, o acidi e cavalli da passeggiata.
El blanco, la coca, non l'ho mai comprata.
Un po' perche' non ne ho la passione, un po' perche' non credo che sia "purissima direttamente dalla Colombia", e sopratutto perche' come ho detto ad alcuni:
"ma quando sono carico come una molla, cosa cazzo faccio in un posto in cui il tempo sembra andare al contrario? Dove corro?"
Sto pero' alla fine del trail, in una parte discretamente tranquilla, e in un albergo scelto a caso e quando ero stonato come un birillo.
A Xela mi avevano detto che il lago era un posto caro ma a me i prezzi del Guatemala continuano a sorprendere.
Anche leggendo la guida mi aveva dato l'impressione di non essere cosi' economico come mi sarei aspettato ma la realta' e' invece che almeno per ora e' uno dei paesi meno costosi del mondo.
Negli alberghi chiedo lo sconto per non sembrare fesso ma quando da 6 euro passo a 5 euro mi sento quasi in colpa.
E io in fondo, nutrendomi di birre e di espresso ed essendo quasi appena arrivato, spendo forse anche molto.
Una parte di San Pedro, il cosiddetto "trail", e' composta da una miriade di sentieri di terra che portano a ristoranti, Buddha Bar, scuole di spagnolo e centri di yoga, o a spiagge e panorami lungo il lago (su uno di questi mi sono giusto perso ieri).
A circa meta' del trail c'e' il Cafe' la Puerta, coi suoi tavolini davanti a una spiaggia d'erba, circondati da piante miracolose, uccelli e farfalle, con vista sul lago e i pellicani in equilibrio sui pali che escono dall'acqua .
Non ci sono mosche e persino i cani ci vengono per stare zitti.
E' semplicemente uno dei bar piu' belli del mondo.
La prima volta che ci ho messo piede ho fatto anche una patetica figura quando mi sono fatto trovare dalla cameriera con un joint in mano e solo dopo ho visto il cartello "no drogas, gracias."
San Pedro e' in realta', almeno per un turista, rimasto un posto molto libero, in cui se non rompi i coglioni puoi fare piu' o meno tutto quello che vuoi.
Dei paesi in riva al lago che ho visto, e' pero' stranamente l'unico in cui per le strade ci sono cartelli che proibiscono l'acquisto e l'uso di droghe.
E scritte religiose per le strade e sulle facciate degli alberghi, da "Geova e' il salvatore" a "La pace che cerchi la troverai nel Signore" al classsico "Dio ti ama" (e io sempre a chiedermi perche' non dovrebbe)
Sembra ipocrita e assurdo, e lo e' in parte.
A Puerto Escondido ho conosciuto un canadese che aveva vissuto qui a lungo e poi se n'era andato.
"Sono arrivate le Chiese Evangeliche, e hanno rovinato tutto."
Perche' qui per la stragrande maggioranza sono cristiani evangelici.
Anche il bambino a Santiago Atitlan era di religione evangelica, e contemporaneamente credeva nel Maximon.
Il Guatemala e' lo stato meno cattolico dell' America Latina.
Non pero' perche' ci sia una diffusa consapevolezza darwiniana ma perche' un' enorme parte della popolazione appartiene alle chiese evangeliche.
Vengono praticamente tutte dagli USA ovviamente, e sono ricche, molto ricche.
Negli anni '80, durante la repressione contro la guerriglia, la Chiesa Cattolica ritiro' tutti i suoi emissari da una provincia guatemalteca, per protesta e paura dato l'alto numero di preti ucciso dagli squadroni della morte.
Alcuni preti cattolici che stavano dalla parte degli indios, resero facile al terrore l'equazione cattolico uguale comunista.
Le chiese evangeliche stavano dall'altra parte, col potere e contro la guerriglia.
Hanno fatto fortuna.
Alla fine sono loro che hanno conquistato, o comprato, il Guatemala.
A Panajachel ero stato tentato di entrare in una sala in cui un predicatore arringava le persone sedute su sedie di plastica ma ho temuto che qualche parola di troppo avrebbe potuto condurmi al rogo e ho tirato innanzi.
Delle diverse chiese evangeliche non so molto (e non sono nemmeno in cima alla mia lista di cose da conoscere) ma le disprezzo con tutto il cuore.
Anche i mormoni in fondo sono quello che viene chiamata una Chiesa Evangelica.
Sono simpatici, eleganti e pettinatissimi ma non posso mai dimenticare che credono praticamente in un profeta della meta' dell'800.
Definitivamente le chiese evangeliche per me sono il peggio.
Sono quello che faceva dire a una ragazza brasiliana che non sapeva nemmeno leggere che se avesse perso un braccio in un incidente sarebbe stata la volonta' di Dio.
Il peggio, il buio.
Se a San Jose' mi stonavo e guardavo i boschi, qui mi stono e guardo il lago.
E' durante le ore che passo a guardare l'acqua blu e le lance che partono dal molo, i bambini che vengono a tuffarsi e le donne che lavano la biancheria sulla riva che mi sembra mi vengano le idee migliori.
E' li' che il mio cervello accellera.
P.S.:
Non continuo a mandarvi anche foto dei miei disegni per fare il bullo.
Ve le mando perche' a volte dicono piu' di mille parole quanto mi muova la testa viaggiare per le americhe.
Sfortunatamente non nel senso imprenditoriale.
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