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Queste
sono le mail che ho scritto ai miei amici durante il viaggio. Ce n'e'
pure una, l'ultima, che non ho spedito, perche' per un grave problema
il mio viaggio si e' interrotto bruscamente a Cordoba (per questo, non
per follia, in 3 mesi non ho visto Iguacu').
Come al solito queste mail contengono anche cose poco interessanti per
chi cerca semplicemente info di viaggio. In "Info Pratiche"
ci sono informazioni sul viaggiare e nella sezione "Accomodations"
gli alberghi e ristoranti dove sono stato.
4. Verso Sud, dove va a finire il mondo
Puerto San Julian
10.03.08
In effetti dall' autobus pieno siamo in 2 a scendere a Puerto
San Julian, che e' una strada principale con qualche laterale piu' o meno
asfaltata, e una spiaggia incolta che da' sulla baia.
C'e' un jet dell'aviazione argentina parcheggiato sul lungomare e uno
strano vascello con statue di pirati trasformato in museo.
Tutto attorno, il nulla totale ed assoluto della steppa patagonica.
Il nome glielo diede Magellano, e qui fu celebrata la prima messa dell'
Argentina.
Tutti i negozi, compresi gli sportelli delle compagnie di autobus davanti
ai quali sto aspettando,
dovrebbero aprire verso le 10, ma con una calma tutta patagonica si solleva
giusto qualche vetrina una mezz'ora dopo.
Era di questo nulla che avevo bisogno?
Non lo so ancora ma sto bene anche qui, e continuo a guardare l'orizzonte
infinito e mi sento abbastanza in pace.
E a volte, questo e' sufficiente.
11.03.08
Piu' per passare il tempo che per altro, faccio un' escursione di un paio
d'ore nella baia e nelle isole vicine.
Stavolta siamo solo in 6 e il gommone e' molto piu' piccolo.
La scelta si rivela ottima, nelle acque calme della baia, le toninas (delfini
di Commerson) sono moltissime e si avvicinano molto di piu' e piu' spesso
di quanto non facessero a Puerto Madryn.
Riesco stavolta a fare anche qualche foto magnifica di questi splendidi
delfini bianchi e neri dalla pinna e dal muso tondi.
Poi andiamo all'isola dei pinguini.
Stavolta ci arriviamo dalla spiaggia, al contrario di Punta Tombo non
ci sono sentieri marcati ne' recinzioni, e li vediamo ammassati a decine
sul letto di conchiglie di cui e' composto il terreno.
Qui sono molto meno abituati ai turisti, quindi se ci si avvicina troppo
scappano per poi tornare incuriositi, e la guida ci dice che in alcune
zone, dove non va praticamente nessuno, basta il rumore di un passo sulla
sabbia per farli scappare tutti come lepri.
Al contrario di Punta Tombo qui li si vede anche nuotare nell'acqua, dove
da anatre impacciate possono trasformarsi in saette subacquee che raggiungono
anche i 70 metri di profondita'.
Mi avvicino a un gruppo numeroso sul bagnasciuga e li filmo mentre spaventati
si gettano tutti in acqua.
Uno spettacolo.
Alla fine passiamo per un'altro isolotto dove nidificano i cormorani,
centinaia, che sulla terraferma assomigliano ai pinguini ma quando volano
sono razzi che sbattono le ali in continuazione e quando dall' acqua si
sollevano in aria, per un attimo sembrano correre sul mare come nei
cartoni animati.
13.03.08
Parto a notte fonda, senza aver visto il letto, lungo una strada
di lepri per un viaggio interminabile in cui non dormiro' quasi
nulla.
Un po' perche' ci sono pensieri da cui non riesco a farmi abbandonare,
e sopratutto perche' devo cambiare autobus a Rio Gallegos, in un terminal
in cui mi sembra che tutti abbiano la stessa faccia e mi offrono il peggior
caffe' del Sudamerica.
Puerto San Julian e' stata una tappa programmata in fretta, che mi costa
una notte d' albergo non dormita e una sorpresa quando credevo di arrivare
ad Ushuaia nel primo pomeriggio e invece scendo dall'autobus alle 21,
dopo circa 22 ore di viaggio.
Per ora non ho mai parlato della parte tecnica del viaggiare spostandosi
spesso e cercando di farlo a buon mercato.
L' andare di posto in posto e di stanza in stanza, togliendo dalla valigia
sempre solo l' indispensabile.
I viaggi infiniti in autobus, le attese nelle stazioni, e i giorni in
cui si aspetta un trasporto, e si e gia' fuori dall'albergo, passati allora
in tempo immobile in un bar o a dormire su una panchina come un barbone.
Mai cosi' liberi forse, mai cosi' senza casa.
(Ma non sono piu' cosi' ingenuo, so che l'essere senza casa e' soltanto
una parte della liberta'.)
La ricerca di una lavanderia, quando l' ultimo vestito pulito e' quello
che indossi, e dopo una giornata di viaggio e' polveroso come tutto il
mondo che ti circonda.
E a volte quando piove, quanta acqua che si prende.
In questi anni in cui mi piace cosi' tanto viaggiare, capisco benissimo
chi non lo fa.
Per me tutto viene ancora ripagato dalla visione di un posto nuovo, da
un paesaggio improvviso, dall' arrivo finalmente in un luogo in cui e'
da quando ero piccolo che volevo andare, o di cui leggevo nei libri da
ragazzo.
Come quando scendo dall' autobus al molo, per salire sul traghetto.
E lo vedo davanti a me.
Battuto da un vento incessante che confonde i pensieri e stordisce
i gabbiani, agitato da onde grigie affamate di bufera, ostili a prima
vista ora come allora:
lo stretto di Magellano.
Al di la' di quel tratto di mare mosso che sembra inutile, c'e' l' Isola
Grande della Terra del Fuoco, con tutta la retorica del caso, il mondo
alla fine del mondo.
Magellano credette prima di trovare un via a Puerto San Julian, da dove
sono partito in questa notte lunga
(veniva dal Brasile, da dove tra le altre cose Pigafetta riporto' in Europa
la parole "amaca" e "canoa").
Quando comprese di essersi sbagliato, fece celebrare la prima messa dell'
Argentina e si fermo' sei mesi nelle acque calme della baia, per
rimettere in sesto le navi e aspettare la fine dell' inverno.
E poi avanti, avanti ancora.
Coi miei occhi moderni so che i conquistatori, e i grandi navigatori con
loro, erano persone crudeli, razzisti, fanatici religiosi, avidi
e insensati, persino forse per i loro contemporanei.
Ma non posso non pensare a quando Magellano entro' nel braccio di mare
che da allora avrebbe preso il suo nome, e capi' che stavolta aveva trovato
una strada per le isole delle spezie.
C' era davvero, alla fine del mondo, il passaggio tra i due mondi.
C' era davvero il passaggio a sud ovest, davanti alla prua della
sua nave, libero da esplorare per gli occhi delle vedette appollaiate
sull' albero di maestra.
Proprio a un passo dalle acque ghiacciate e impenetrabili dell' Antartide.
Era il 1520, era passato piu' di un anno da quando era partito, e la via
era aperta.
Da li' prosegui' fino alle Filippine, dove mori' di frecce, e dove ho
incontrato la sua storia, fatta ovviamente di battesimi forzati e incendi
di villaggi, a Cebu, un paio d'anni fa.
Cinque navi e 270 uomini erano partiti da Siviglia per quello che sarebbe
diventato il primo viaggio intorno al mondo.
Dopo 3 anni di navigazione, una sola nave torno' in Spagna, con a bordo
18 uomini.
Tra loro c' era Pigafetta, quello stranissimo vicentino, cavaliere di
Rodi, che parti' volontario per un' avventura che avrebbe per sempre cambiato
la storia, la geografia, e il nostro modo di vedere il mondo.
Per qualunque motivo l' abbia fatto, avra' per sempre tutto il mio rispetto.
Ma anche viaggiare in autobus, per quanto leggermente meno epico, ha i
suoi pregi, alla fine non lo faccio solo per risparmiare denaro.
Facciamo sosta a Rio Grande, per ristorarci un po' e mangiare qualcosa,
e nella panetteria in cui entro c'e' un' incomprensibile voliera centrale,
dove tra uccelli sconosciuti e pappagalli giganti dell' Amazzonia, ci
sono anche 2 tucani.
Non li ho mai visti cosi' da vicino.
Non conosco le ipotesi per cui si siano evoluti in questo modo, ma il
loro piumaggio nero e' senza dubbio di peluche, e l'enorme becco pare
disegnato da un bambino con i carioca.
In effetti sono uccelli straordinariamente bizzarri.
E durante l'utlimo tratto di strada (d'accodo, e' un' ora di viaggio su
venti) vedo dal finestrino un paesaggio straordinario.
La Terra del Fuoco, probabilmente perche' libera dal muro delle
Ande, al contrario della Patagonia e' un universo di verde.
In questo punto e' piena di fiumi e canali che attraversano boschi e foreste,
di spiazzi di alberi grigi, immagino morti, che sembrano pietrificati.
E di piccole pianure rossastre bucate da paludi circondate da piante sottili
di colore viola.
E allora al diavolo i sogni perduti del sonno, e il lupo che mi sta alle
spalle tutti i giorni da quando sono partito.
Quello che conta e' tutto qui.
Oggi io sono il mio presente il mio adesso e il mio ora.
In questo momento e' questa la liberta' migliore a cui riesco a pensare.
USHUAIA
14.03.08
Ceno da Volver, per provare la centolla, un granchio grande come un gatto,
ovviamente, mi dispiace per lui, meravigliosamente buono.
Esco a fumare nella veranda del ristorante, e penso che oggi e' un mese
che sono arrivato a Buenos Aires e che sto viaggiando.
Apro la mappa e guardo dove sono arrivato e, per una volta senza retorica,
mi vedo davvero in basso, in fondo, cosi effettivamente vicino alla fine
del mondo.
Penso che il mio itinerario da qui prevede di risalire lentamente fino
alle valli desertiche del nord ovest, e poi tutto verso est, fino ad arrivare
ad Iguazu, al confine col Brasile.
E mentre guardo le navi del porto che si riflettono nell' acqua che sta
diventando buia, e le cime delle montagne coperte di neve che la luce
del crepuscolo fa diventare di vetro, mi arriva addosso la stanchezza
degli ultimi giorni viaggianti.
E allora e' naturale che mi torni in mente una delle mie frasi
da cinema preferite, che dice Indiana Jones nei Predatori dell' Arca Perduta:
"Non sono gli anni, sono i chilometri".
15.03.08
Come avevo letto in un racconto di viaggio, le facce dei tipi che gestiscono
gli shuttle per il parco nazionale sono tali che se li incontrassi in
un vicolo buio mi verrebbe spontaneo dire: "armi", e sperare
come in Matrix nell' apparire al mio fianco di armadi di mitragliatrici.
Ma a dispetto dell' apparenza si rivelano molto gentili e piuttosto ben
organizzati.
Prendo percio' un minibus e mi faccio portare al Parco Nazionale della
Terra del Fuoco, dove intendo avventurarmi per il sentiero costiero.
Il "sendero costero" e' classificato di difficolta' media, e
al contrario di quelli tra i boschi di Bariloche, e' stretto e tortuoso,
cosparso di rocce e radici che invadono il terreno e che a volte fanno
da scale, altre volte da ostacoli.
In alcuni punti e' davvero ripido in salita, in altri bisogna quasi arrampicarsi,
e ci sono momenti in cui confesso di aver pensato:
"ehm, e questo lo chiamate sentiero?"
Ma e' ovviamente magnifico, per un lungo tratto da una parte c'e' il mare,
con piccole spiagge e calette nascoste in cui si puo' scendere, dall'
altra una foresta scura e densa, composta per lo piu' da alberi di lengas,
che riconosco con facilita' per via degli stranissimi filamenti chiari
che pendono dai rami e dai tronchi, simili alla barba di un vecchio nano.
E tutti assaltati da funghi parassiti, dall' aspetto vagamente tumorale,
che raggiungono incredibilmente anche le dimensioni di una zucca.
Quando si alza il vento, il bosco cigola e sembra ruggire, coprendo per
un momento il suono ipnotico della risacca.
Mentre mi riposo a guardare una conchiglia che dalla Terra del Fuoco
cerchero' di portare intatta a casa, per una volta, so di essere dove
voglio essere.
Stavolta e' stata abbastanza dura arrivare alla fine dei 7 km del sendero
costero, ma d' altra parte non e' che vengo nella Terra del Fuoco tutti
i week end.
E almeno ho imparato che se dovessi mai vedere un sentiero classificato
come "difficolta' alta", l'unica idea accettabile sarebbe noleggiare
una mongolfiera.
Cosi' sto ad Ushuaia alla fine, dove finisce il mondo eccetera eccetera.
In realta', la citta' piu' australe del mondo dovrebbe essere Puerto
Williams, nella Terra del Fuoco cilena, ma ormai e' Ushuaia a fregiarsi
di questa caratteristica , e credo che questo vanto nessuno glielo
togliera' piu'.
La citta' non e' niente di che, ed e' forse il primo posto in cui
mi sembra di camminare col simbolo del dollaro sulla testa, ma il panorama
sul Canale di Beagle e' veramente splendido, come il Parco Nazionale e
le montagne che la circondano.
E' come se Ushuaia diventasse magnifica solo se vista dalle montagne o
dal mare.
Per quanto riguarda l'essere alla fine, all'estremo, nel culo del mondo,
a parte i last minute per le crociere in Antartide (da 6000 scendono a
4000 dollari, sempre troppi per le mie tasche),
quando sono a terra l'unica cosa che me lo fa sentire e' che oggi e' sabato
e nessun tabaccaio fino a lunedi' avra' delle Marlboro in scatola.
16.03.08
Domenica.E' cominciato l'autunno.
Ushuaia, a parte i corridori della Maratona de la fin del mundo, sembra
una citta' morta fino all' ora di pranzo.
C'e' da dire che io, come altri turisti, non mi sono assolutamente accorto
del cambio dell' ora legale, e quindi faccio tutto un' ora prima.
Compreso presentarmi all' imbarco della minicrociera attraverso il Canale
di Beagle.
Scelgo di navigare con la Barracuda, una motonave dall' aspetto antico
che mi piace molto di piu' dei moderni catamarani che usano quasi tutte
le altre compagnie.
La scelta si rivela buona perche' c'e' molta meno gente sul ponte, in
cui, nonostante il vento, stiamo quasi tutti.
Mentre salpiamo guardo le fantastiche navi russe, un tempo rompighiaccio
probabilmente, ora trasformate in navi da crociera per turisti ricchi
che vogliono vedere l' Antartide (e' solo invidia, lo ammetto).
Hanno ancora i nomi in cirillico sulle enormi fiancate, da cui pendono
quelle che immagino siano scialuppe di salvataggio.
Solo che dovendo salvare naufraghi a temperature glaciali sono affusolati
batiscafi arancioni, con piccoli oblo' ai lati, simili ad astronavi o
a minisommergibili del Capitano Nemo.
Che bello il mare vero, chiuso da una parte dalla fine della cordigliera
delle Ande.
Ci avviciniamo durante il viaggio a due isolotti molto simili, pieni di
leoni marini e fitti di cormorani, palome antartiche e quegli uccelli
di cui non so il nome, che stanno sempre in coppia, romantici e inseparabili.
La prua del Barracuda si avvicina talmente alle isole che se allungassi
un braccio potrei quasi prendere a schiaffi un leone marino.
Al contrario di Punta Norte, su questi isolotti in mare aperto i leoni
marini fanno una vita pressoche' immobile.
Dormono, guardano il sole, guardano noi immagino pensando "Ma anche
in autunno, questi devono arrivare fin qua?", muovono di pochi millimetri
le grandi pinne palmate, osservano il cielo e di tanto in tanto danno
uno sguardo di rimprovero ai rumorosi cormorani che invece non fanno che
guaire, litigare tra loro, tuffarsi in acqua o planare dappertutto.
Persino le alghe in questo tratto di mare sono fantastiche.
Le avevo gia' viste arenate sulle spiagge del sentiero costero del Parco
Nazionale.
Arancioni, dal fusto spesso come un dito, e lunghe, lunghe, direi che
arrivino a 50 metri e forse anche di piu'.
Doppiamo il faro, che come tutti i fari del mondo e' geniale e mi
scatena pensieri di solitudine e di avventura, e poi via verso il molo
da cui siamo partiti, viaggio di ritorno che faccio ancora sul ponte,
rannicchiato per il vento ma contento per quello che sto guardando.
Domani si riparte.
Destinazione Cile.
bye
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e Puerto Madryn || >> 5. Poco Cile, Torres
del Paine, ghiacciai
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